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Itinerario dei Capitelli di Val Liona


Val Liona è un territorio particolarmente ricco di capitelli, chiamati anche edicole votive.

Queste piccole strutture architettoniche religiose testimoniano un culto popolare spesso tramandato nei secoli.
Costruiti come ex voto per uno scampato pericolo o semplicemente per un atto di devozione, normalmente sorgono all’incrocio di due strade, al confine con un’altra parrocchia, oppure su un luogo caro alla tradizione popolare per qualche avvenimento particolare.

In Val Liona i capitelli hanno un valore particolare: quelli che contengono statue o statuette in pietra di Vicenza: autentiche opere d’arte che sono state realizzate da virtuosi scalpellini locali, essendo Val Liona una zona in cui si estrae e si lavora ancora oggi la Pietra di Vicenza.

Il percorso (preferibilmente da fare in bici – meglio se a pedalata assistita) parte da sud, a Campolongo, e termina a nord a Calto, dove si trova un capitello particolare 𝗮 𝘁𝗿𝗲 𝗹𝗮𝘁𝗶 situato al confine con i comuni di Zovencedo e Villaga.

Descrizione dell’itinerario


Capitello Cuore Immacolato di Maria (Campolongo)

<p>Il Capitello, dedicato al Cuore Immacolato di Maria, si trova nelle immediate adiacenze della chiesa parrocchiale di Campolongo.</p>
<p>La costruzione risale agli inizi degli anni ’50 del secolo scorso, in occasione del passaggio della Madonna Pellegrina che transitava in quell’epoca per tutte le parrocchie della Diocesi di Vicenza.</p>

Il Capitello, dedicato al Cuore Immacolato di Maria, si trova nelle immediate adiacenze della chiesa parrocchiale di Campolongo.

La costruzione risale agli inizi degli anni ’50 del secolo scorso, in occasione del passaggio della Madonna Pellegrina che transitava in quell’epoca per tutte le parrocchie della Diocesi di Vicenza.

Capitello della Madonna (Campolongo)

Capitello di Sant’Antonio sulla Degora (Villa del Ferro)

<p>Le colonne sono incassate nel muro per 25 cm., la base di m. 1,30. È uno dei più vecchi capitelli-edicola del paese (<strong>fine 1700</strong>) ed è anche il più rinomato, almeno un tempo. È dedicato a <strong>Sant’Antonio da Padova</strong> e si trova a ridosso della <strong>Degora</strong>, sulla strada comune per Campolongo, detta per questo, la strada di Sant’Antonio. Ritengo sia stato eretto per volontà del <strong>Co. Bollani</strong>, dato ch’egli era di Padova. Ogni nobile del posto, come già avevamo fatto i <strong>Priuli con San Girolamo</strong> e i <strong>Trissino con la Madonna dell’Annunciazione</strong>, introduceva la devozione del proprio Santo.<br />
Il capitello presenta il <strong>Santo dei miracoli col Bambino in braccio</strong>, posato sul breviario ed il giglio nell’altra mano, dentro una grande nicchia ben evidenziata da profonde colonnine in pietra berica che sostengono l’arco romanico a tutto sesto. Sopra l’arco, dedotta da un fiore di giglio, campeggia una motivazione in alto rilievo; sulla colonnina di di sinistra è ricavato il salvadanaio per le libere offerte, andato ora distrutto.<br />
All’interno spicca un cilindro in pietra lavorata, raffigurante tre fiori e due alberelli e che viene usato come candelabro od anche portafiori o a semplice ornamento. La nicchia, protetta da una fitta rete metallica, con possibilità di apertura, è ricavata tutta nel muro perimetrale della proprietà Luigi Crivellaro, un tempo Bollani. Alla base della nicchia sta una semplice pietra, molto ben proporzionata e sostenente le due colonne. Con esse la detta pietra dà a tutta l’edicola sembianza d’altare.<br />
In miniatura riproduce le arcate della barchessa, tali e quali erano ancor prima dell’immane incendio che le distrusse da capo a fondo nel <strong>1868</strong>.<br />
A questo settecentesco capitello facevano capo, fino a pochi anni fa, alcune processioni partenti dalla chiesa, tra cui quella del <strong>13 giugno</strong>, festa propria del Santo titolare, durante la quale i bambini, prediletti dallo stesso, spargevano sulla strada petali di giglio, fiore emblematico della sua vita. Quattro giovani, uguali di nome al detto Santo, recavano sulle spalle la sua prodigiosa statua, tolta dall’altare in chiesa.<br />
Alle processioni, in altri momenti dell’anno, vi passavano accanto prima d’inforcare la <strong>strada della Deroga</strong> fino al <strong>Samoro</strong> e dirette alla <strong>Cesola</strong>. Poi la strada, forse da quando la proprietà Bollani venne divisa, fu sbarrata impedendo il transito totale dal Murazzo al Samoro stesso.<br />
Sant’Antonio è ancor oggi molto onorato e venerato dal popolo.<br />
Purtroppo in questo capitello non è celebrata <strong>la festa di Sant’Antonio</strong> come si faceva solennemente un tempo. Anche questa è un’altra tradizione che va perduta.</p>
<p><em>Testo a cura di: Rizzerio Franchetto e Carmela Bressan</em></p>

Le colonne sono incassate nel muro per 25 cm., la base di m. 1,30. È uno dei più vecchi capitelli-edicola del paese (fine 1700) ed è anche il più rinomato, almeno un tempo. È dedicato a Sant’Antonio da Padova e si trova a ridosso della Degora, sulla strada comune per Campolongo, detta per questo, la strada di Sant’Antonio. Ritengo sia stato eretto per volontà del Co. Bollani, dato ch’egli era di Padova. Ogni nobile del posto, come già avevamo fatto i Priuli con San Girolamo e i Trissino con la Madonna dell’Annunciazione, introduceva la devozione del proprio Santo.
Il capitello presenta il Santo dei miracoli col Bambino in braccio, posato sul breviario ed il giglio nell’altra mano, dentro una grande nicchia ben evidenziata da profonde colonnine in pietra berica che sostengono l’arco romanico a tutto sesto. Sopra l’arco, dedotta da un fiore di giglio, campeggia una motivazione in alto rilievo; sulla colonnina di di sinistra è ricavato il salvadanaio per le libere offerte, andato ora distrutto.
All’interno spicca un cilindro in pietra lavorata, raffigurante tre fiori e due alberelli e che viene usato come candelabro od anche portafiori o a semplice ornamento. La nicchia, protetta da una fitta rete metallica, con possibilità di apertura, è ricavata tutta nel muro perimetrale della proprietà Luigi Crivellaro, un tempo Bollani. Alla base della nicchia sta una semplice pietra, molto ben proporzionata e sostenente le due colonne. Con esse la detta pietra dà a tutta l’edicola sembianza d’altare.
In miniatura riproduce le arcate della barchessa, tali e quali erano ancor prima dell’immane incendio che le distrusse da capo a fondo nel 1868.
A questo settecentesco capitello facevano capo, fino a pochi anni fa, alcune processioni partenti dalla chiesa, tra cui quella del 13 giugno, festa propria del Santo titolare, durante la quale i bambini, prediletti dallo stesso, spargevano sulla strada petali di giglio, fiore emblematico della sua vita. Quattro giovani, uguali di nome al detto Santo, recavano sulle spalle la sua prodigiosa statua, tolta dall’altare in chiesa.
Alle processioni, in altri momenti dell’anno, vi passavano accanto prima d’inforcare la strada della Deroga fino al Samoro e dirette alla Cesola. Poi la strada, forse da quando la proprietà Bollani venne divisa, fu sbarrata impedendo il transito totale dal Murazzo al Samoro stesso.
Sant’Antonio è ancor oggi molto onorato e venerato dal popolo.
Purtroppo in questo capitello non è celebrata la festa di Sant’Antonio come si faceva solennemente un tempo. Anche questa è un’altra tradizione che va perduta.

Testo a cura di: Rizzerio Franchetto e Carmela Bressan

Capitello-edicola di Sant’Anna (Villa del Ferro)

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<p>La nicchia misura cm. 70 per 40.<br />
Si trova <strong>inserito nella casa parrocchiale don Giovanni Tregnago</strong> dal lato N.O. all’inizio della strada per Campolongo ed ho buone ragioni di ritenere che sia stato costruito contemporaneamente a tutto il fabbricato, o subito dopo. La data riportata sul timpano E.A. <strong>1899</strong>, mi conferma l’ipotesi. L’iscrizione dovrebbe significare Elisabetta Anna.<br />
<strong>Elisabetta Anna</strong> era la figlia del <strong>Conte Bollani</strong> che aveva sposato molti anni prima il Conte Sante Custoza.<br />
Il palazzo ha tutto lo stile delle scuole elementari vecchie, poste in via Spino.<br />
In origine era <strong>dedicato a Sant’Anna, madre di Maria SS. </strong>ma e lo è stato fino a pochi anni fa. Ora vi si trova la <strong>statua dell’Immacolata</strong>. Non so il motivo della sostituzione, né le ragioni che condussero a costruire ivi il capitello-edicola, probabilmente per pura devozione. Il palazzo in quel tempo non apparteneva alla chiesa.</p>
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<p>Tra tutti i capitelli del genere da me veduti, sono portato a dire che <strong>questo di Sant’Anna appare uno dei migliori</strong>. Migliore per semplicità di stile, per qualità della pietra e per l’esattezza nella lavorazione; migliore anche per le studiate proporzioni e forme. Ciò sta a dire la dovizia di mezzi della suddetta signora Contessa Elisabetta Anna, in quell’epoca erede e unica proprietaria di tutta la contea ex-Priuli.<br />
La <strong>nicchia incassata nel muro</strong> è protetta da una grata in ferro sagomato, con rete metallica e serratura bene incorporata.<br />
Sostengono tutta la trabeazione e il <strong>delizioso timpano</strong>, a forma triangolare, <strong>quattro colonnine</strong> abbinate a due a due, partenti dal gradino fungente da base e interrotte a metà da altre quattro che ripetono il gioco di supporti e capitelli, prima dell’architrave. Al centro del primo ordine sta in rilievo, sempre in pietra, la <strong>corolla d’un fiore</strong>, forse un giglio. Il colore di cielo che circonda la nicchia dà tonalità e senso all’immagine.<br />
Un tetto in cemento-tinto ripara l’opera dalle intemperie.<br />
Una pia mano infine, provvede con regolarità al ricambio d’acqua e fiori. A ciò, finchè era in vita, provvedeva con costante cura Antonia Pellizzer, vedova Zulian, benemerita coadiutrice del parroco durante le di lui assenze. Ora non so.</p>
<p><em>Testo a cura di: Rizzerio Franchetto e Carmela Bressan</em></p>
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La nicchia misura cm. 70 per 40.
Si trova inserito nella casa parrocchiale don Giovanni Tregnago dal lato N.O. all’inizio della strada per Campolongo ed ho buone ragioni di ritenere che sia stato costruito contemporaneamente a tutto il fabbricato, o subito dopo. La data riportata sul timpano E.A. 1899, mi conferma l’ipotesi. L’iscrizione dovrebbe significare Elisabetta Anna.
Elisabetta Anna era la figlia del Conte Bollani che aveva sposato molti anni prima il Conte Sante Custoza.
Il palazzo ha tutto lo stile delle scuole elementari vecchie, poste in via Spino.
In origine era dedicato a Sant’Anna, madre di Maria SS. ma e lo è stato fino a pochi anni fa. Ora vi si trova la statua dell’Immacolata. Non so il motivo della sostituzione, né le ragioni che condussero a costruire ivi il capitello-edicola, probabilmente per pura devozione. Il palazzo in quel tempo non apparteneva alla chiesa.

Tra tutti i capitelli del genere da me veduti, sono portato a dire che questo di Sant’Anna appare uno dei migliori. Migliore per semplicità di stile, per qualità della pietra e per l’esattezza nella lavorazione; migliore anche per le studiate proporzioni e forme. Ciò sta a dire la dovizia di mezzi della suddetta signora Contessa Elisabetta Anna, in quell’epoca erede e unica proprietaria di tutta la contea ex-Priuli.
La nicchia incassata nel muro è protetta da una grata in ferro sagomato, con rete metallica e serratura bene incorporata.
Sostengono tutta la trabeazione e il delizioso timpano, a forma triangolare, quattro colonnine abbinate a due a due, partenti dal gradino fungente da base e interrotte a metà da altre quattro che ripetono il gioco di supporti e capitelli, prima dell’architrave. Al centro del primo ordine sta in rilievo, sempre in pietra, la corolla d’un fiore, forse un giglio. Il colore di cielo che circonda la nicchia dà tonalità e senso all’immagine.
Un tetto in cemento-tinto ripara l’opera dalle intemperie.
Una pia mano infine, provvede con regolarità al ricambio d’acqua e fiori. A ciò, finchè era in vita, provvedeva con costante cura Antonia Pellizzer, vedova Zulian, benemerita coadiutrice del parroco durante le di lui assenze. Ora non so.

Testo a cura di: Rizzerio Franchetto e Carmela Bressan

Capitello della Madonna di Loreto (Villa del Ferro)

<p>Capitello dedicato alla Madonna di Loreto, patrona degli aviatori, situato nei pressi della Chiesa parrocchiale di Villa del Ferro, appena sopra il parcheggio frontestante la chiesa, dall’altra parte della strada provinciale, in posizione leggermente rialzata.</p>

Capitello dedicato alla Madonna di Loreto, patrona degli aviatori, situato nei pressi della Chiesa parrocchiale di Villa del Ferro, appena sopra il parcheggio frontestante la chiesa, dall’altra parte della strada provinciale, in posizione leggermente rialzata.

Capitello della Madonna delle Grazie in Via Spino (Villa del Ferro)

<p>Si trova in <strong>via Spino</strong>, al <strong>quadrilatero detto della Crosarola</strong> sull’antica vicinale, ex sentiero 51, ora sentiero del Donatore che, proveniente dallo scaranto della Villa si congiungeva alla Cesola dopo aver incrociato la strada del Boscon all’altezza dei Panozzo Gonzales.<br />
Questo capitello fu costruito nel <strong>1956</strong> dagli operai Arduino Panozzo, Dario Nicoli, Antenore Matteazzi, Nebrido Tagliaferro di ritorno da Courmajeur dove, per intervento della Madonna da loro invocata, si erano miracolosamente salvati dal crollo della galleria dove lavoravano. Quindi è un <strong>capitello prettamente votivo</strong> che sostituisce la croce di legno collocata, ad immemorabili, nello stesso posto.<br />
È fatto in muratura con intonaco comune, il tetto in <strong>piastrelle d’ardesia</strong>, portate a casa dagli stessi dentro un robusto zaino. Al centro, protetta da una grata in rete metallica, apribile, sta la <strong>nicchia con la Madonna delle Grazie</strong>, in atteggiamento d’elargizione a quanti la invocano. All’interno arde sovente un <strong>lumicino</strong>, provveduto dalla pietà dei fedeli, proprio come avviene per un fiore che non manca mai, qualunque sia la stagione dell’anno.<br />
A lato della porticina sta il cunicolo per le offerte; in alto sopra la nicchia è scritto <strong>“Salve o Regina”</strong>. In basso: <strong>“Ave, Maria”</strong>. Tale iscrizione in pietruzze nere, più abbreviata dell’altra, risalta appena sul piccolo sagrato che certo Alvaro da Selvazzano (Padova) aveva costellato tra cento altre di colore più chiaro.<br />
Nel mese di <strong>maggio</strong> di ogni anno, dopo che erano passate le pie Rogazioni, si recitava insieme e si recita talvolta il pio <strong>Rosario</strong> e viene celebrata una <strong>Messa</strong> per numerosi defunti della contrada.<br />
Un’iscrizione in corsivo ricorda l’origine di questo capitello: <strong>“Intrappolati da una frana – per sua intercessione liberati-riconoscenti innalzano. Anno 1956.”</strong></p>
<p><em>Testo a cura di: Rizzerio Franchetto e Carmela Bressan</em></p>

Si trova in via Spino, al quadrilatero detto della Crosarola sull’antica vicinale, ex sentiero 51, ora sentiero del Donatore che, proveniente dallo scaranto della Villa si congiungeva alla Cesola dopo aver incrociato la strada del Boscon all’altezza dei Panozzo Gonzales.
Questo capitello fu costruito nel 1956 dagli operai Arduino Panozzo, Dario Nicoli, Antenore Matteazzi, Nebrido Tagliaferro di ritorno da Courmajeur dove, per intervento della Madonna da loro invocata, si erano miracolosamente salvati dal crollo della galleria dove lavoravano. Quindi è un capitello prettamente votivo che sostituisce la croce di legno collocata, ad immemorabili, nello stesso posto.
È fatto in muratura con intonaco comune, il tetto in piastrelle d’ardesia, portate a casa dagli stessi dentro un robusto zaino. Al centro, protetta da una grata in rete metallica, apribile, sta la nicchia con la Madonna delle Grazie, in atteggiamento d’elargizione a quanti la invocano. All’interno arde sovente un lumicino, provveduto dalla pietà dei fedeli, proprio come avviene per un fiore che non manca mai, qualunque sia la stagione dell’anno.
A lato della porticina sta il cunicolo per le offerte; in alto sopra la nicchia è scritto “Salve o Regina”. In basso: “Ave, Maria”. Tale iscrizione in pietruzze nere, più abbreviata dell’altra, risalta appena sul piccolo sagrato che certo Alvaro da Selvazzano (Padova) aveva costellato tra cento altre di colore più chiaro.
Nel mese di maggio di ogni anno, dopo che erano passate le pie Rogazioni, si recitava insieme e si recita talvolta il pio Rosario e viene celebrata una Messa per numerosi defunti della contrada.
Un’iscrizione in corsivo ricorda l’origine di questo capitello: “Intrappolati da una frana – per sua intercessione liberati-riconoscenti innalzano. Anno 1956.”

Testo a cura di: Rizzerio Franchetto e Carmela Bressan

Capitello della Madonna detto dello Scaranto (Villa del Ferro)

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<p>E’ un classico <strong>capitello rurale</strong>, sia pur costruito in bella forma, con i <strong>muri a faccia vista</strong>, le <strong>pietre squadrate agli angoli</strong> ed il <strong>tetto a due spioventi</strong>, in getto di calcestruzzo con pietre annegate sopra.<br />
A quanto mi costa fu costruito per interessamento e sprone di <strong>Fratel Angelo Menoncin</strong>, già ardente Missionario in Sierra Leone e devoto assertore della devozione Mariana, su concorso di mezzi e materiali delle famiglie accanto. L’opera manuale e artistica è di <strong>Giorgio Ferrari</strong> figlio di Francesco e di Onorina, coadiuvato dal compianto <strong>Carlo Brun</strong>, padre e uomo esemplare, con la casa d’abitazione poco discosta, poi d’altri.<br />
Più specificatamente dirò che le famiglie di cui sopra furono: Antonio Zulian, detto Doro da Isidoro suo padre e sua consorte Elda, Vittorio Matteazzi con Agnese Menoncin, sorella di fratel Angelo, detto Vesco (Vescovo), Bruno Novello e la mamma Maria, Luigi Polato, detto Ji-io e sua moglie Lucinda, persone a questa data quasi tutte estinte, ma vive ancora nella mente dei pochi superstiti della contrada.<br />
Fu inaugurato con grande solennità durante il rettorato di <strong>Don Ottorino Carli</strong>, dopo il <strong>1974</strong> e, contro le previsioni dei più pessimisti, <strong>seppe reggere a tutte le piene dello scaranto e all’oblio del tempo</strong>. Nonostante la notevole diminuzione demografica della zona e la dipartita di tanti sostenitori verso la Lombardia e, come accennato, verso il cielo.<br />
Quanto ad altre particolarità costruttive e di completamento dirò che il capitello reca <strong>due croci</strong> significative: l’una in alto che invita ad innalzare le proprie fatiche al cielo e l’altra in basso per ricordare, forse, i tanti dolori e privazioni che colpirono sempre questa contrada fin dall’antichità; innanzi tutto l’essere stati sprovvisti di regolare strada di accesso e l’aver dovuto, quindi, provvedere a braccia a tutti i trasporti, compreso il letame con “bigolo e ceste” a spalle e “ziliera” (portantina), poi l’estrema povertà a cui erano sottoposti, mancanza di lavoro ed esiguità della terra lavorativa.</p>
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<p>La <strong>statua della Madonna</strong>, protetta da una semplice grata in rete, è quella di <strong>Lourdes</strong>, mentre in alto campeggia una targa con la scritta “<strong>Madonna delle grazie prega per noi</strong>”.<br />
Questo capitello si trova in un <strong>trivio diretto</strong>: per un verso lungo l’antico sentiero che s’inerpica su per <strong>Montecavallo</strong>, per l’altro verso la via “<strong>Lazzarini</strong>” ove, per bontà dei frontisti Alfredo Lazzarini e Angelo Franchetto, fu possibile la sistemazione di una strada interpoderale con regolare transito di automezzi, poi verso la <strong>corte, detta dei Dori</strong>, come innanzi accennato.<br />
Il <strong>dislivello del terreno</strong> su cui è posto è superato da una massicciata in declino, provvista di due scalini, pure lastricati, prima della sosta finale. Sul frontespizio è ben visibile la cassetta delle offerte. Pie persone si dedicano alla manutenzione periodica e al cambio dei fiori. Per tanto tempo una microlampadina illuminava nottetempo la nicchia della Madonna, suscitando tenerezza e devozione.<br />
La zona circostante il capitello è detta del <strong>Vidoro</strong> (da vue d’or = veduta d’oro).<br />
Allo Scaranto trascorreva periodicamente il suo riposo estivo <strong>Fratel Angelo Menoncin</strong>, autoproclamatosi il <strong>poeta contadino</strong> per le stupende elegie che nella quiete agreste del luogo componeva. Durante la sua permanenza, come pure nel mese di Maria SS.ma, veniva celebrata in loco una <strong>messa per la contrada</strong>.</p>
<p><em>Testo a cura di: Rizzerio Franchetto e Carmela Bressan</em></p>
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E’ un classico capitello rurale, sia pur costruito in bella forma, con i muri a faccia vista, le pietre squadrate agli angoli ed il tetto a due spioventi, in getto di calcestruzzo con pietre annegate sopra.
A quanto mi costa fu costruito per interessamento e sprone di Fratel Angelo Menoncin, già ardente Missionario in Sierra Leone e devoto assertore della devozione Mariana, su concorso di mezzi e materiali delle famiglie accanto. L’opera manuale e artistica è di Giorgio Ferrari figlio di Francesco e di Onorina, coadiuvato dal compianto Carlo Brun, padre e uomo esemplare, con la casa d’abitazione poco discosta, poi d’altri.
Più specificatamente dirò che le famiglie di cui sopra furono: Antonio Zulian, detto Doro da Isidoro suo padre e sua consorte Elda, Vittorio Matteazzi con Agnese Menoncin, sorella di fratel Angelo, detto Vesco (Vescovo), Bruno Novello e la mamma Maria, Luigi Polato, detto Ji-io e sua moglie Lucinda, persone a questa data quasi tutte estinte, ma vive ancora nella mente dei pochi superstiti della contrada.
Fu inaugurato con grande solennità durante il rettorato di Don Ottorino Carli, dopo il 1974 e, contro le previsioni dei più pessimisti, seppe reggere a tutte le piene dello scaranto e all’oblio del tempo. Nonostante la notevole diminuzione demografica della zona e la dipartita di tanti sostenitori verso la Lombardia e, come accennato, verso il cielo.
Quanto ad altre particolarità costruttive e di completamento dirò che il capitello reca due croci significative: l’una in alto che invita ad innalzare le proprie fatiche al cielo e l’altra in basso per ricordare, forse, i tanti dolori e privazioni che colpirono sempre questa contrada fin dall’antichità; innanzi tutto l’essere stati sprovvisti di regolare strada di accesso e l’aver dovuto, quindi, provvedere a braccia a tutti i trasporti, compreso il letame con “bigolo e ceste” a spalle e “ziliera” (portantina), poi l’estrema povertà a cui erano sottoposti, mancanza di lavoro ed esiguità della terra lavorativa.

La statua della Madonna, protetta da una semplice grata in rete, è quella di Lourdes, mentre in alto campeggia una targa con la scritta “Madonna delle grazie prega per noi”.
Questo capitello si trova in un trivio diretto: per un verso lungo l’antico sentiero che s’inerpica su per Montecavallo, per l’altro verso la via “Lazzarini” ove, per bontà dei frontisti Alfredo Lazzarini e Angelo Franchetto, fu possibile la sistemazione di una strada interpoderale con regolare transito di automezzi, poi verso la corte, detta dei Dori, come innanzi accennato.
Il dislivello del terreno su cui è posto è superato da una massicciata in declino, provvista di due scalini, pure lastricati, prima della sosta finale. Sul frontespizio è ben visibile la cassetta delle offerte. Pie persone si dedicano alla manutenzione periodica e al cambio dei fiori. Per tanto tempo una microlampadina illuminava nottetempo la nicchia della Madonna, suscitando tenerezza e devozione.
La zona circostante il capitello è detta del Vidoro (da vue d’or = veduta d’oro).
Allo Scaranto trascorreva periodicamente il suo riposo estivo Fratel Angelo Menoncin, autoproclamatosi il poeta contadino per le stupende elegie che nella quiete agreste del luogo componeva. Durante la sua permanenza, come pure nel mese di Maria SS.ma, veniva celebrata in loco una messa per la contrada.

Testo a cura di: Rizzerio Franchetto e Carmela Bressan

Capitello della Madonna delle Grazie in via Mainenti (Villa del Ferro)

<p>È il capitello più elaborato che si trova in zona. Nella muratura reca <strong>pietre a faccia vista</strong>, variegate per grandezza e forma, con legatura in cemento rilevato, <strong>nicchia</strong> a contorno rientrante, <strong>croce scolpita su blocco di sasso</strong> sovrastante il tetto leggermente arcuato, di pietra pure esso squadrata. Tutt’intorno un ambiente proprio lo onora. Ai suoi piedi, infatti stanno due <strong>pietre di marmo</strong>: una a livello-terra e l’altra sull’unico gradino, alto cm. 30. Su di esso ci sta un vaso di fiori e ai suoi lati si vedono i resti di una vecchia colonnina, con tutta probabilità appartenenti ad un precedente capitello. Un vaso di fiori perenni è collocato all’interno della nicchia. Intorno, per tenere lontano le malerbe e per rendere il luogo più gradito, si trova ben curata la pavimentazione in cemento e una doppia aiuola di fiori. Una salda catena di ferro delimita la zona sacra.<br />
È collocato di poco sopra il bacino dell’acquedotto comunale, ove la curva della strada, ora cementata è a novanta gradi, sale rapidamente.<br />
È stato costruito per voto verso il <strong>1932</strong> da <strong>Attilio Zulian, detto Marcon</strong>, per <strong>voto</strong> dello stesso, essendo guarito dal mal del cemento che l’aveva colpito da qualche tempo alle estremità superiori e non c’era per lui più speranza di guarigione.<br />
Il capitello fu <strong>benedetto con solennità</strong> da <strong>don Giovanni Tregnago</strong>.<br />
Da allora fu tenuto sempre in <strong>grande venerazione</strong> da tutta la contrada che fin dall’inizio vi andava, e tuttora saltuariamente va, a recitare il <strong>pio rosario</strong> e a curarlo. Un mazzo di fiori non gli manca mai davanti; né un cespuglio di rose, al lato sinistro, cessa di fiorire nella bella stagione.<br />
Entro la <strong>nicchia</strong>, protetta da robusta rete elettrosaldata con chiusura a lucchetto, sta la <strong>statua della madonna delle Grazie, recante il Bambino in braccio</strong>. L’iscrizione su targa ne ricorda la dedicazione.<br />
L’area per l’erezione del capitello era stata gentilmente concessa dal proprietario, una buona persona di Cologna Veneta.</p>
<p><em>Testo a cura di: Rizzerio Franchetto e Carmela Bressan</em></p>

È il capitello più elaborato che si trova in zona. Nella muratura reca pietre a faccia vista, variegate per grandezza e forma, con legatura in cemento rilevato, nicchia a contorno rientrante, croce scolpita su blocco di sasso sovrastante il tetto leggermente arcuato, di pietra pure esso squadrata. Tutt’intorno un ambiente proprio lo onora. Ai suoi piedi, infatti stanno due pietre di marmo: una a livello-terra e l’altra sull’unico gradino, alto cm. 30. Su di esso ci sta un vaso di fiori e ai suoi lati si vedono i resti di una vecchia colonnina, con tutta probabilità appartenenti ad un precedente capitello. Un vaso di fiori perenni è collocato all’interno della nicchia. Intorno, per tenere lontano le malerbe e per rendere il luogo più gradito, si trova ben curata la pavimentazione in cemento e una doppia aiuola di fiori. Una salda catena di ferro delimita la zona sacra.
È collocato di poco sopra il bacino dell’acquedotto comunale, ove la curva della strada, ora cementata è a novanta gradi, sale rapidamente.
È stato costruito per voto verso il 1932 da Attilio Zulian, detto Marcon, per voto dello stesso, essendo guarito dal mal del cemento che l’aveva colpito da qualche tempo alle estremità superiori e non c’era per lui più speranza di guarigione.
Il capitello fu benedetto con solennità da don Giovanni Tregnago.
Da allora fu tenuto sempre in grande venerazione da tutta la contrada che fin dall’inizio vi andava, e tuttora saltuariamente va, a recitare il pio rosario e a curarlo. Un mazzo di fiori non gli manca mai davanti; né un cespuglio di rose, al lato sinistro, cessa di fiorire nella bella stagione.
Entro la nicchia, protetta da robusta rete elettrosaldata con chiusura a lucchetto, sta la statua della madonna delle Grazie, recante il Bambino in braccio. L’iscrizione su targa ne ricorda la dedicazione.
L’area per l’erezione del capitello era stata gentilmente concessa dal proprietario, una buona persona di Cologna Veneta.

Testo a cura di: Rizzerio Franchetto e Carmela Bressan

Capitello a Sant’Antonio in Via Bruni (Villa del Ferro)

<p>Fu costruito nel <strong>1968</strong> dai fratelli Massimo, Cirillo e Ignazio Brun quale segno di riconoscenza a <strong>S. Antonio</strong> per essere tornati tutti e tre sani e salvi dalla prigionia durante l’ultimo conflitto mondiale.<br />
Il capitello, in stile moderno, è situato lungo la strada comune per Lonigo, all’altezza di Via Bruni, in proprietà degli stessi ed ora di Agostino Bari che l’acquistò per intero col terreno boschivo, adiacente. È tutto un getto di cemento, opportunatamente intonacato di ottima malta. Perfettamente simmetrico nelle varie componenti: altare, nicchia e parapetti laterali, appoggiati ad un muro di sostegno che figura la parete di fondo e che, nel contempo, impedisce la caduta del materiale dal sovrastante monte.<br />
Entro nicchia riparata da finestrina in vetro, chiusa a lucchetto sta la <strong>statua del Santo dei miracoli col bambino in braccio</strong>, posato sul breviario e col giglio sull’altra mano. la statua, portata appositamente da Padova, è in tutto simile all’altra del capitello sulla Degora.<br />
Alla cerimonia d’inaugurazione, con la Messa e benedizione solenne indetta dal parroco Don G. Tregnago, allora ultraottantenne, parteciparono molte persone della contrada e no. Da quel tempo da privato divenne pubblico, aperto a tutti, così, in occasione del <strong>13 giugno, festa di S. Antonio</strong>, si celebra, comunitariamente ogni anno una messa commemorativa e propiziatrice per tutti gli abitanti della contrada. Il capitello è ornato di fiori in vaso con acqua ed è sempre molto bene tenuto. Finora, nonostante la passione del monte e la vicinanza alla strada, non manifesta segno alcuno di cedimento.<br />
I fratelli suddetti, emigrati altrove per ragioni di lavoro, con quest’opera hanno lasciato in paese un caro e devoto ricordo.</p>
<p><em>Testo a cura di: Rizzerio Franchetto e Carmela Bressan</em></p>

Fu costruito nel 1968 dai fratelli Massimo, Cirillo e Ignazio Brun quale segno di riconoscenza a S. Antonio per essere tornati tutti e tre sani e salvi dalla prigionia durante l’ultimo conflitto mondiale.
Il capitello, in stile moderno, è situato lungo la strada comune per Lonigo, all’altezza di Via Bruni, in proprietà degli stessi ed ora di Agostino Bari che l’acquistò per intero col terreno boschivo, adiacente. È tutto un getto di cemento, opportunatamente intonacato di ottima malta. Perfettamente simmetrico nelle varie componenti: altare, nicchia e parapetti laterali, appoggiati ad un muro di sostegno che figura la parete di fondo e che, nel contempo, impedisce la caduta del materiale dal sovrastante monte.
Entro nicchia riparata da finestrina in vetro, chiusa a lucchetto sta la statua del Santo dei miracoli col bambino in braccio, posato sul breviario e col giglio sull’altra mano. la statua, portata appositamente da Padova, è in tutto simile all’altra del capitello sulla Degora.
Alla cerimonia d’inaugurazione, con la Messa e benedizione solenne indetta dal parroco Don G. Tregnago, allora ultraottantenne, parteciparono molte persone della contrada e no. Da quel tempo da privato divenne pubblico, aperto a tutti, così, in occasione del 13 giugno, festa di S. Antonio, si celebra, comunitariamente ogni anno una messa commemorativa e propiziatrice per tutti gli abitanti della contrada. Il capitello è ornato di fiori in vaso con acqua ed è sempre molto bene tenuto. Finora, nonostante la passione del monte e la vicinanza alla strada, non manifesta segno alcuno di cedimento.
I fratelli suddetti, emigrati altrove per ragioni di lavoro, con quest’opera hanno lasciato in paese un caro e devoto ricordo.

Testo a cura di: Rizzerio Franchetto e Carmela Bressan

Capitello alla Madonna della Pietà (Villa del Ferro)

<p>È posto all’incrocio della strada comunale per Lonigo e per la vicinale per l’antica via al Castello.<br />
Fu innalzato nel <strong>1980</strong> dalla signora Rina Visentin, oriunda del posto, attualmente abitante a Lonigo, per conto di suo marito Tarcisio Fochesato che prima di morire gliene aveva raccomandato, per iscritto, la costruzione e la dedicazione. Il Tarcisio, oltre ad essere proprietario del fondo, era particolarmente devoto alla <strong>Madonna Addolorata</strong>.<br />
Per questo il capitello è stato dedicato alla <strong>Madonna della Pietà</strong>. Questa è una copia fedele di quella di Michelangelo che lo stesso portò qui in una valigia da Roma, dopo una visita alla basilica di San Pietro. Statua e architettura rispecchiano perfettamente i sentimenti di dolore del suo donatore colpito da lunga malattia avanti la morte.<br />
L’austerità è molto ben espressa anche all’interno del capitello, nella <strong>lastra marmorea</strong>, elevata dal pavimento e sulla quale posa il <strong>gruppo scultoreo</strong> in tutt’uno con la <strong>grande croce</strong> accanto. Il colore cinereo e scuro del pavimento, delle pareti e del soffitto, unite alla severità del cancello, invitano subito a porsi nel giusto atteggiamento di commozione e di dolore.<br />
Dal punto di vista architettonico notiamo che il capitello, in mattoni a faccia vista, è posto sopra un piano appena sollevato da terra. Ha il volto a sesto rialzato, il tetto in getto di cemento, a due spioventi, coperti di coppi, sopra di cui si erge una semplice croce di ferro.<br />
Poco discosta, lì almeno da secoli, conficcata sulla pietra avvolta dal cemento, si erge un’altra croce, antica e sempre in ferro, ricca di storia paesana e di devozione. Giunti qui, dopo la fatica della salita, tiravano un sospiro di sollievo non senza posarvi uno sguardo di speranza quanti giungevano dalla valle stanchi morti, dopo una giornata d’intenso lavoro manuale e di salita a piedi.<br />
Il capitello è opera di <strong>Enzo Manfro</strong>, già imprenditore edile e attualmente attento, assiduo coltivatore diretto.</p>
<p><em>Testo a cura di: Rizzerio Franchetto e Carmela Bressan</em></p>

È posto all’incrocio della strada comunale per Lonigo e per la vicinale per l’antica via al Castello.
Fu innalzato nel 1980 dalla signora Rina Visentin, oriunda del posto, attualmente abitante a Lonigo, per conto di suo marito Tarcisio Fochesato che prima di morire gliene aveva raccomandato, per iscritto, la costruzione e la dedicazione. Il Tarcisio, oltre ad essere proprietario del fondo, era particolarmente devoto alla Madonna Addolorata.
Per questo il capitello è stato dedicato alla Madonna della Pietà. Questa è una copia fedele di quella di Michelangelo che lo stesso portò qui in una valigia da Roma, dopo una visita alla basilica di San Pietro. Statua e architettura rispecchiano perfettamente i sentimenti di dolore del suo donatore colpito da lunga malattia avanti la morte.
L’austerità è molto ben espressa anche all’interno del capitello, nella lastra marmorea, elevata dal pavimento e sulla quale posa il gruppo scultoreo in tutt’uno con la grande croce accanto. Il colore cinereo e scuro del pavimento, delle pareti e del soffitto, unite alla severità del cancello, invitano subito a porsi nel giusto atteggiamento di commozione e di dolore.
Dal punto di vista architettonico notiamo che il capitello, in mattoni a faccia vista, è posto sopra un piano appena sollevato da terra. Ha il volto a sesto rialzato, il tetto in getto di cemento, a due spioventi, coperti di coppi, sopra di cui si erge una semplice croce di ferro.
Poco discosta, lì almeno da secoli, conficcata sulla pietra avvolta dal cemento, si erge un’altra croce, antica e sempre in ferro, ricca di storia paesana e di devozione. Giunti qui, dopo la fatica della salita, tiravano un sospiro di sollievo non senza posarvi uno sguardo di speranza quanti giungevano dalla valle stanchi morti, dopo una giornata d’intenso lavoro manuale e di salita a piedi.
Il capitello è opera di Enzo Manfro, già imprenditore edile e attualmente attento, assiduo coltivatore diretto.

Testo a cura di: Rizzerio Franchetto e Carmela Bressan

Capitello alla Madonna della Pace (Villa del Ferro)

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<p>È situato sul <strong>Montecavallo</strong>, a destra della strada che porta a Lonigo, 300 metri prima di giungere al Botteghino vecchio. È composto tutto da <strong>pietre squadrate</strong>, geometricamente bene accostate. È stato innalzato nel 1983, come da iscrizione posta di fronte, per volontà della signora Adelina Granziero di Orgiano, madre dell’ingegnere Aldo Bruzzo che qualche centinaio di metri innanzi, a destra della strada, ha dato vita ad una azienda familiare modello di vini D.O.C..<br />
Detto capitello, d’<strong>aspetto moderno</strong>, si presenta come una parete a linea spezzata, raffigurante, suppongo, le continue “volte e risvolte”, ora liete, ora tristi della vita nelle quali la <strong>Madonna</strong>, se invocata, opportunamente interviene. Simile architettura è pure presente nella prima prospettiva dell’opera stessa l’<strong>altare a triangolo</strong> e sotto la <strong>croce</strong> che sta in alto. Tre punti base della vita di un credente.<br />
La <strong>nicchia</strong> alta cm. 87, larga cm.91 e profonda cm 70 circa, con la <strong>statua della Madonna</strong> protetta da una vetrata, è posta proprio nel punto giusto, su una pietra a forma di triangolo ottuso e sfaccettato. Sopra la nicchia funge da tetto una pensilina, sempre in pietra.<br />
Il <strong>doppio vetro</strong>, davanti e retro, dà luce alla statua lignea e permette di contemplarla al suo interno. Essa è di <strong>sembianze popolari, finemente vestita e trapunte di fiori e trine</strong>. Prima d’essere qui collocata fu <strong>benedetta dal Papa Giovanni XXIII</strong>, almeno così mi è stato riferito.</p>
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<p>L’<strong>altare</strong> è discosto sia pur di poco dalla costruzione, ma ne fa parte integrante. Anch’esso è di <strong>pietra squadrata</strong> e reca una bellissima mensa lunga m. 1,40 sulla quale una volta l’anno, viene celebrata la messa d’anniversario.<br />
La <strong>linea spezzata del capitello</strong> presenta varie altezze e varie lunghezze. Sulla sommità appare distintamente la <strong>croce</strong>, sempre in pietra stagliata. Un’altra croce ben più piccola, con vari triangoli in rilievo, fanno decoro in basso. Nel retro è posta un’altra mensola simile alla prima. Un vaso perenne di fiori rossi orna la facciata.<br />
Ma la cosa più significativa, dopo l’immagine sacra, sono le parole di dedica al capitello: “<strong>Madonna della Pace, prega per noi</strong>” che in più di una giaculatoria. Segue l’anno di costruzione sopra riportato. Passando da queste parti non si può non essere colpiti da questo piccolo tempio di fede mariana.</p>
<p><em>Testo a cura di: Rizzerio Franchetto e Carmela Bressan</em></p>
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È situato sul Montecavallo, a destra della strada che porta a Lonigo, 300 metri prima di giungere al Botteghino vecchio. È composto tutto da pietre squadrate, geometricamente bene accostate. È stato innalzato nel 1983, come da iscrizione posta di fronte, per volontà della signora Adelina Granziero di Orgiano, madre dell’ingegnere Aldo Bruzzo che qualche centinaio di metri innanzi, a destra della strada, ha dato vita ad una azienda familiare modello di vini D.O.C..
Detto capitello, d’aspetto moderno, si presenta come una parete a linea spezzata, raffigurante, suppongo, le continue “volte e risvolte”, ora liete, ora tristi della vita nelle quali la Madonna, se invocata, opportunamente interviene. Simile architettura è pure presente nella prima prospettiva dell’opera stessa l’altare a triangolo e sotto la croce che sta in alto. Tre punti base della vita di un credente.
La nicchia alta cm. 87, larga cm.91 e profonda cm 70 circa, con la statua della Madonna protetta da una vetrata, è posta proprio nel punto giusto, su una pietra a forma di triangolo ottuso e sfaccettato. Sopra la nicchia funge da tetto una pensilina, sempre in pietra.
Il doppio vetro, davanti e retro, dà luce alla statua lignea e permette di contemplarla al suo interno. Essa è di sembianze popolari, finemente vestita e trapunte di fiori e trine. Prima d’essere qui collocata fu benedetta dal Papa Giovanni XXIII, almeno così mi è stato riferito.

L’altare è discosto sia pur di poco dalla costruzione, ma ne fa parte integrante. Anch’esso è di pietra squadrata e reca una bellissima mensa lunga m. 1,40 sulla quale una volta l’anno, viene celebrata la messa d’anniversario.
La linea spezzata del capitello presenta varie altezze e varie lunghezze. Sulla sommità appare distintamente la croce, sempre in pietra stagliata. Un’altra croce ben più piccola, con vari triangoli in rilievo, fanno decoro in basso. Nel retro è posta un’altra mensola simile alla prima. Un vaso perenne di fiori rossi orna la facciata.
Ma la cosa più significativa, dopo l’immagine sacra, sono le parole di dedica al capitello: “Madonna della Pace, prega per noi” che in più di una giaculatoria. Segue l’anno di costruzione sopra riportato. Passando da queste parti non si può non essere colpiti da questo piccolo tempio di fede mariana.

Testo a cura di: Rizzerio Franchetto e Carmela Bressan

Capitello alla Madonna della Salute (Villa del Ferro)

<p>È votivo. Si trova in via Montecavallo, in località omonima, ai confini con Monticello di Lonigo, sulla strada per il Lago. Appartiene alla parrocchia di Villa del Ferro, su fondo di Negri Vittorio, pur essendo stato costruito con il concorso delle Parrocchie vicine: Alonte e Monticello.<br />
Ricorda la <strong>micidiale epidemia</strong>, il colera morbus, scoppiato a metà luglio dell’anno <strong>1886</strong> e durato un mese e mezzo, mietendo senza pietà una decina di vittime, specie sui monti dove aveva particolarmente infierito a causa soprattutto delle cattive condizioni igieniche per la carenza estrema di acqua e di alimenti. Il precedente colera, quello del 1856, era stato ben peggiore. Aveva causato addirittura 15 vittime e uno spavento indicibile tra la popolazione. A colera esploso in quel 1886, solo il pensarlo, quel ricordo metteva terrore.<br />
Scrisse il neo-Parroco di allora Don Feliciano Villardi che il morbo era salito da Corlanzone, Alonte e Sarego repentinamente, dalla sera alla mattina, tanto era fulminante. E pensando assomigliasse a quello del 1855 concludeva fervorosamente: <strong>Iddio ci liberi da tanto flagello!</strong><br />
Sulla gravità del morbo in parola ho raccolto dalla viva voce di Bepi Brun, ultranovantenne, ma dalla mente ancora fervida, la testimonianza di sua mamma che, finchè era piccolo, gli raccontava la storia della improvvisa morte di due fratelli del monte, certi Bianco. Essa aggiungeva con rammarico che al mattino erano passati presso casa sua col “ferro da segare” in spalla per recarsi a lavorare in valle ed il giorno dopo seppe che erano già morti.<br />
Rita Bolcato, a sua volta, mi riferiva di aver saputo pure lei da mamma Maria che per impedire il diffondersi della pestilenza furono costituiti, nei crocicchi delle strade, posti di blocco, cosichè per recarsi da un luogo ad un altro dovevano andare per campi e boschi.<br />
Altri mi raccontavano, sempre per sentito dire, che i morti venivano sepolti di notte, dopo aver bruciati gli indumenti e cosparso di calce i luoghi da loro praticati. Temendo, perciò, il propagarsi ulteriormente dell’epidemia la gente del monte si affrettò a promettere alla <strong>Madonna della Salute</strong> la costruzione di <strong>un capitello in suo onore</strong>.</p>
<p>A fine agosto dello stesso anno, infatti al dileguarsi della calura estiva, l’epidemia improvvisamente cessò e i sopravvissuti, mantenendo fede alla promessa fatta, con i soldi raccolti presso le famiglie del luogo mantennero fede alla promessa fatta e innalzarono in breve tempo il capitello.<br />
Ma a 110 anni da quella data, un po’ per incuria, un po’ per vecchiaia, il capitello minacciava di crollare così, per opera d’alcuni volontari, con l’assistenza tecnica da parte finanziaria del comune e per la pietà della gente è stato recentemente restaurato.<br />
L’opera a forma di cappella, specie nel timpano, si presenta ancor oggi com’era all’inizio: in <strong>stile barocco, a carattere prettamente ecclesiale</strong>. Sopra l’ingresso a pieno volto si staglia una <strong>croce in ferro</strong> e ai lati di questa fanno bella figura due <strong>stupendi puti alati in devota contemplazione</strong>. Il tutto in <strong>pietra bianca, lavorata, dipinta di giallo</strong>.<br />
All’interno, invece, bellissimo, scorgiamo l’<strong>altare</strong>, pure esso in <strong>pietra berica</strong>, bianca e rifatto a dovere dallo scultore <strong>Lucio Stangoni</strong> di Grancona. Sopra l’altare, dentro una nicchia protetta da una finestrina con vetro, appare la <strong>statua della Madonna Pellegrina</strong> che nel 1950 andò a sostituire la precedente <strong>Madonna della Salute</strong> in abiti da sera, andati casualmente bruciati.<br />
Il tetto, a due ordini di travature, sorregge tavelline e coppi fatti a mano. Il cancello in ferro battuto, a due ante, sormontato da un <strong>bellissimo lunotto</strong>, altresì in ferro battuto, è opera di <strong>Giuseppe Bressan</strong> di Orgiano che qui viene spesso in visita con la sua famiglia.<br />
Il pavimento appare in lastroni di pietra dura e bianca. Esternamente un piccolo sagrato in calcestruzzo permette di sostare in devota orazione.<br />
Ancora: ai tre lati, tutt’intorno, per conservare asciutti i muri, si stendono ex-novo il marciapiede ed un muretto a protezione. I muri perimetrali dell’intera opera, per essere impediti nell’ulteriore piegamento, sono stati abbracciati da un robusto cordone di ferro.<br />
Per ricordare a tutti la titolarità del capitello, in alto, su pietra ricomposta, è stata rinnovata l’iscrizione: <strong>“Ave, o Maria, piena di grazia”</strong> mentre all’interno, su di una piccola pietra posta in alto, a memoria ancora dei posteri, compaiono le due date di costruzione e di ricostruzione: <strong>1886</strong> – <strong>1996</strong>.<br />
Nel retro, in una nicchia in basso, sono state riposte le monete dell’Imperiale Austria e del nascente Regno d’Italia, trovate casualmente durante il restauro. Ad esse furono aggiunte, dentro al recipiente di vetro altre monete del nostro tempo. Nella pietra dell’altare che un tempo era parrocchiale, accanto alla reliquia, credo di San Girolamo, stanno le firme di quanti hanno concorso nel restauro. Molti volontari, anche qui come alla Cesola, si sono impegnati nel restauro.<br />
Bruno Candian è stato il muratore che ha offerto più di tutti la sua preziosa opera, poi i fratelli Lucino, Vittorio e Remigio Pasqualotto, ancora Ermenegildo Piacere, Pietro Panozzo e Enzo Manfro del Montecavallo ed altri.<br />
Il <strong>capitello-sacello, detto di Montorio</strong>, è curato con amore dai coniugi Negri Vittorio e Bianco Pierina padroni del fondo, coadiuvati da Maria Bari, pure del luogo, che insieme ne detengono anche le chiavi. Esso è per il monte come un <strong>piccolo santuario</strong>. Più volte, durante la stagione estiva, vi viene ancor oggi celebrata la <strong>Messa</strong>, mentre un tempo vi facevano sosta le <strong>sacre Rogazioni</strong> prima di andar a concludersi con una bicchierata ristoratrice su al Lago, presso i coniugi Mazzaron, nella casa villica dei Conti Custozza, ora dei signori Lazzarini.<br />
A fine lavori, nel settembre 1997, fu fatta una grande festa con preghiere, gastronomia e orchestra a base di canti, balli e con lotteria di beneficienza.</p>
<p><em>Testo a cura di: Rizzerio Franchetto e Carmela Bressan</em></p>

È votivo. Si trova in via Montecavallo, in località omonima, ai confini con Monticello di Lonigo, sulla strada per il Lago. Appartiene alla parrocchia di Villa del Ferro, su fondo di Negri Vittorio, pur essendo stato costruito con il concorso delle Parrocchie vicine: Alonte e Monticello.
Ricorda la micidiale epidemia, il colera morbus, scoppiato a metà luglio dell’anno 1886 e durato un mese e mezzo, mietendo senza pietà una decina di vittime, specie sui monti dove aveva particolarmente infierito a causa soprattutto delle cattive condizioni igieniche per la carenza estrema di acqua e di alimenti. Il precedente colera, quello del 1856, era stato ben peggiore. Aveva causato addirittura 15 vittime e uno spavento indicibile tra la popolazione. A colera esploso in quel 1886, solo il pensarlo, quel ricordo metteva terrore.
Scrisse il neo-Parroco di allora Don Feliciano Villardi che il morbo era salito da Corlanzone, Alonte e Sarego repentinamente, dalla sera alla mattina, tanto era fulminante. E pensando assomigliasse a quello del 1855 concludeva fervorosamente: Iddio ci liberi da tanto flagello!
Sulla gravità del morbo in parola ho raccolto dalla viva voce di Bepi Brun, ultranovantenne, ma dalla mente ancora fervida, la testimonianza di sua mamma che, finchè era piccolo, gli raccontava la storia della improvvisa morte di due fratelli del monte, certi Bianco. Essa aggiungeva con rammarico che al mattino erano passati presso casa sua col “ferro da segare” in spalla per recarsi a lavorare in valle ed il giorno dopo seppe che erano già morti.
Rita Bolcato, a sua volta, mi riferiva di aver saputo pure lei da mamma Maria che per impedire il diffondersi della pestilenza furono costituiti, nei crocicchi delle strade, posti di blocco, cosichè per recarsi da un luogo ad un altro dovevano andare per campi e boschi.
Altri mi raccontavano, sempre per sentito dire, che i morti venivano sepolti di notte, dopo aver bruciati gli indumenti e cosparso di calce i luoghi da loro praticati. Temendo, perciò, il propagarsi ulteriormente dell’epidemia la gente del monte si affrettò a promettere alla Madonna della Salute la costruzione di un capitello in suo onore.

A fine agosto dello stesso anno, infatti al dileguarsi della calura estiva, l’epidemia improvvisamente cessò e i sopravvissuti, mantenendo fede alla promessa fatta, con i soldi raccolti presso le famiglie del luogo mantennero fede alla promessa fatta e innalzarono in breve tempo il capitello.
Ma a 110 anni da quella data, un po’ per incuria, un po’ per vecchiaia, il capitello minacciava di crollare così, per opera d’alcuni volontari, con l’assistenza tecnica da parte finanziaria del comune e per la pietà della gente è stato recentemente restaurato.
L’opera a forma di cappella, specie nel timpano, si presenta ancor oggi com’era all’inizio: in stile barocco, a carattere prettamente ecclesiale. Sopra l’ingresso a pieno volto si staglia una croce in ferro e ai lati di questa fanno bella figura due stupendi puti alati in devota contemplazione. Il tutto in pietra bianca, lavorata, dipinta di giallo.
All’interno, invece, bellissimo, scorgiamo l’altare, pure esso in pietra berica, bianca e rifatto a dovere dallo scultore Lucio Stangoni di Grancona. Sopra l’altare, dentro una nicchia protetta da una finestrina con vetro, appare la statua della Madonna Pellegrina che nel 1950 andò a sostituire la precedente Madonna della Salute in abiti da sera, andati casualmente bruciati.
Il tetto, a due ordini di travature, sorregge tavelline e coppi fatti a mano. Il cancello in ferro battuto, a due ante, sormontato da un bellissimo lunotto, altresì in ferro battuto, è opera di Giuseppe Bressan di Orgiano che qui viene spesso in visita con la sua famiglia.
Il pavimento appare in lastroni di pietra dura e bianca. Esternamente un piccolo sagrato in calcestruzzo permette di sostare in devota orazione.
Ancora: ai tre lati, tutt’intorno, per conservare asciutti i muri, si stendono ex-novo il marciapiede ed un muretto a protezione. I muri perimetrali dell’intera opera, per essere impediti nell’ulteriore piegamento, sono stati abbracciati da un robusto cordone di ferro.
Per ricordare a tutti la titolarità del capitello, in alto, su pietra ricomposta, è stata rinnovata l’iscrizione: “Ave, o Maria, piena di grazia” mentre all’interno, su di una piccola pietra posta in alto, a memoria ancora dei posteri, compaiono le due date di costruzione e di ricostruzione: 1886 – 1996.
Nel retro, in una nicchia in basso, sono state riposte le monete dell’Imperiale Austria e del nascente Regno d’Italia, trovate casualmente durante il restauro. Ad esse furono aggiunte, dentro al recipiente di vetro altre monete del nostro tempo. Nella pietra dell’altare che un tempo era parrocchiale, accanto alla reliquia, credo di San Girolamo, stanno le firme di quanti hanno concorso nel restauro. Molti volontari, anche qui come alla Cesola, si sono impegnati nel restauro.
Bruno Candian è stato il muratore che ha offerto più di tutti la sua preziosa opera, poi i fratelli Lucino, Vittorio e Remigio Pasqualotto, ancora Ermenegildo Piacere, Pietro Panozzo e Enzo Manfro del Montecavallo ed altri.
Il capitello-sacello, detto di Montorio, è curato con amore dai coniugi Negri Vittorio e Bianco Pierina padroni del fondo, coadiuvati da Maria Bari, pure del luogo, che insieme ne detengono anche le chiavi. Esso è per il monte come un piccolo santuario. Più volte, durante la stagione estiva, vi viene ancor oggi celebrata la Messa, mentre un tempo vi facevano sosta le sacre Rogazioni prima di andar a concludersi con una bicchierata ristoratrice su al Lago, presso i coniugi Mazzaron, nella casa villica dei Conti Custozza, ora dei signori Lazzarini.
A fine lavori, nel settembre 1997, fu fatta una grande festa con preghiere, gastronomia e orchestra a base di canti, balli e con lotteria di beneficienza.

Testo a cura di: Rizzerio Franchetto e Carmela Bressan

Capitello della Madonna di Monte Berico (San Germano dei Berici)

<p>L’antico capitello della piazza. In una recente manutenzione è stata evidenziata la data “<strong>1711</strong>” incisa nella croce di pietra che sormonta il capitello. In una citazione pare che il capitello abbia svolto funzione sacramentale nel periodo intercorso tra la demolizione della vecchia parrocchiale nel 1717 e l’innalzamento del nuovo coro nel 1718. Nelle mappe catastali d’inizio ottocento questo capitello risulta essere isolato, con delle stradi comuni che gli girano attorno. Per ora non si sa da chi sia stato eretto e quale icona vi fosse originariamente ospitata. Ma poiché le regole erano che i fedeli fossero rivolti verso il soggetto delle loro preghiere, ovvero che il santo fosse rivolto verso il suo santuario, può essere che vi fosse già fin dall’inizio collocata un’immagine della “<strong>Madonna di Monte Berico</strong>”. È verso la fine dell’ottocento comunque che nel capitello viene collocato un quadro raffigurante la Beata Vergine che appare a Vincenza Pasini, promettendo la liberazione dalla peste della città di Vicenza, le cui cupole civiche e religiose si vedono spuntare oltre il colle di Monte Berico.</p>
<p><em>Testo a cura di: Giuseppe Baruffato – Volontario ARSAS</em></p>

L’antico capitello della piazza. In una recente manutenzione è stata evidenziata la data “1711” incisa nella croce di pietra che sormonta il capitello. In una citazione pare che il capitello abbia svolto funzione sacramentale nel periodo intercorso tra la demolizione della vecchia parrocchiale nel 1717 e l’innalzamento del nuovo coro nel 1718. Nelle mappe catastali d’inizio ottocento questo capitello risulta essere isolato, con delle stradi comuni che gli girano attorno. Per ora non si sa da chi sia stato eretto e quale icona vi fosse originariamente ospitata. Ma poiché le regole erano che i fedeli fossero rivolti verso il soggetto delle loro preghiere, ovvero che il santo fosse rivolto verso il suo santuario, può essere che vi fosse già fin dall’inizio collocata un’immagine della “Madonna di Monte Berico”. È verso la fine dell’ottocento comunque che nel capitello viene collocato un quadro raffigurante la Beata Vergine che appare a Vincenza Pasini, promettendo la liberazione dalla peste della città di Vicenza, le cui cupole civiche e religiose si vedono spuntare oltre il colle di Monte Berico.

Testo a cura di: Giuseppe Baruffato – Volontario ARSAS

Capitello di San Germano

<p>Testo non ancora disponibile.</p>

Testo non ancora disponibile.

Capitello della Madonna del Covid (San Germano)

<p>Il capitello, benedetto il 17 ottobre del 2021 dal parroco Don Alfredo Grossi, è stato realizzato dallo scultore Denis Rabarin in periodo di pandemia per ricordare chi ci aveva lasciato a causa del Covid, fra i quali Silvano Ferraro, della Parrocchia di San Germano dei Berici.</p>

Il capitello, benedetto il 17 ottobre del 2021 dal parroco Don Alfredo Grossi, è stato realizzato dallo scultore Denis Rabarin in periodo di pandemia per ricordare chi ci aveva lasciato a causa del Covid, fra i quali Silvano Ferraro, della Parrocchia di San Germano dei Berici.

Capitello a Santa Barbara (San Germano)

<p>Piccolo capitello dedicato a Santa Barbara, protettrice dei minatori (una volta presenti in zona a motivo delle cave di pietra diffuse in queste valli).</p>

Piccolo capitello dedicato a Santa Barbara, protettrice dei minatori (una volta presenti in zona a motivo delle cave di pietra diffuse in queste valli).

Capitello a San Germano

<p>Il capitello è dedicato al patrono della Parrocchia di San Germano dei Berici, San Germano vescovo di Capua.</p>
<p>Realizzato nel 2022, è tutto in pietra locale: la statua in pietra gialla è stata scolpita da Denis Rabarin, mentre l’edicola è in pietra bianca.</p>
<p>In occasione dell’inaugurazione, il capitello è stato solennemente benedetto dal Vescovo di Vicenza Mons. Beniamino Pizziol.</p>
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Il capitello è dedicato al patrono della Parrocchia di San Germano dei Berici, San Germano vescovo di Capua.

Realizzato nel 2022, è tutto in pietra locale: la statua in pietra gialla è stata scolpita da Denis Rabarin, mentre l’edicola è in pietra bianca.

In occasione dell’inaugurazione, il capitello è stato solennemente benedetto dal Vescovo di Vicenza Mons. Beniamino Pizziol.

 

Madoneta del Monte Lupia (San Germano)

<p>Lungo il Sentiero di San Germano è stato recuperato un piccolo capitello votivo scavato nella roccia la Madonnetta del monte Lupia inaugurato dalla CAI di Noventa nel 2000.<br />
Successivamente i volontari della Pro Loco Val Liona va riconosciuto il merito di aver recuperato, pochi anni fa, il tratto del percorso originario che dalla valle sale verso la sommità del monte Lupia per inserirlo in un nuovo sentiero ad anello n. 65 denominato “Sentiero dei Frati”.</p>
<hr />
<p>Una targa del Club Alpino Italiano, settosezione di Noventa Vicentina, riporta la seguente dicitura:</p>
<p>“MADONETA DEL MONTE LUPIA”</p>
<p>ideata e costruita dai padri Gesuiti di San Fermo di Lonigo<br />
inaugurata il 31 marzo 1936<br />
ingrandita e rinnovata il 7 giugno 1942<br />
restaurata con l’aggiunta della parte basale in pietra, dovuta al crollo della stessa nel dicembre 2015, dal gruppo CAI di Noventa Vicentina</p>

Lungo il Sentiero di San Germano è stato recuperato un piccolo capitello votivo scavato nella roccia la Madonnetta del monte Lupia inaugurato dalla CAI di Noventa nel 2000.
Successivamente i volontari della Pro Loco Val Liona va riconosciuto il merito di aver recuperato, pochi anni fa, il tratto del percorso originario che dalla valle sale verso la sommità del monte Lupia per inserirlo in un nuovo sentiero ad anello n. 65 denominato “Sentiero dei Frati”.


Una targa del Club Alpino Italiano, settosezione di Noventa Vicentina, riporta la seguente dicitura:

“MADONETA DEL MONTE LUPIA”

ideata e costruita dai padri Gesuiti di San Fermo di Lonigo
inaugurata il 31 marzo 1936
ingrandita e rinnovata il 7 giugno 1942
restaurata con l’aggiunta della parte basale in pietra, dovuta al crollo della stessa nel dicembre 2015, dal gruppo CAI di Noventa Vicentina

Capitello a Sant’Antonio (San Germano)

<p>Testo non ancora disponibile.</p>

Testo non ancora disponibile.

Capitello di San Giovanni Bosco (Spiazzo)

<p>L’inaugurazione del capitello dedicato a San Giovanni Bosco avvenne il 4 agosto 1935 e fu costruito con le offerte della contrada Carbonarolla di Spiazzo.</p>

L’inaugurazione del capitello dedicato a San Giovanni Bosco avvenne il 4 agosto 1935 e fu costruito con le offerte della contrada Carbonarolla di Spiazzo.

Capitello della Madonnetta (Spiazzo)

<h1>Capitello della Madonna col Bambino, alle Cà Vecchie</h1>
<hr class="uk-divider-small" />
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<p>È il più antico capitello-cappellina del paese e di tutta la Carbonarolla, di diritto della Parrocchia di Villa del Ferro. Si trova al lato sinistro della strada Cà Vecchie (Buso della Giaretta), in direzione Sarego-Lonigo.<br />
È caratteristico per lo <strong>stile romanico</strong> che dal punto di vista architettonico lo fa sicuramente apparire uno dei più interessanti capitelli di tutta la zona. Poco profondo, più largo che alto, esso ha le mura spesse e l’arcata d’ingresso molto ampia, posta su due robuste colonne e appoggiata ad una cimasa centrale che dà vigore e pregio alla facciata: il tutto in <strong>pietra berica, bianca</strong>.<br />
<strong>Questo sacello presenta una delle più significative testimonianze e di fede mariano-popolare di tutti i Berici</strong>. Soltanto che è poco conosciuto.<br />
Al suo interno, continuando l’esame, entro nicchia quadrata fa bella mostra la <strong>Madonna col Bambino in braccio</strong>, di fattura popolareggiante, in basso rilievo, seduta sul trono e con la corona regale sul capo. Policroma. Tutt’intorno le fa onore una folta schiera di <strong>Angeli alati</strong>, dipinti a tempera. Dai resti in legno si rileva ancora che in passato doveva essere stata protetta da una vetrata. Sul davanzale appare poco evidente, in qualche punto incerta, quasi assente, la seguente iscrizione in pietra: <strong>Paolo Burinato fece nell’anno 600</strong>.<br />
Sulla parete di fondo si scorgono tracce di semplici <strong>affreschi d’ornamento</strong>. Le altre pareti, interne ed esterne sono state tutte reintonacate per cui non vi appare traccia di decorazione. Esternamente a destra dell’ingresso sta il foro per l’introduzione delle offerte in metallo, allora qualche centesimo di lira. Anche il tetto è stato rifatto con tavelline, travetti e coppi allo scopo di salvare l’opera dal degrado. Nel retro un grosso tronco di ”spaccassassi” minaccia la stabilità e sarebbe un vero peccato se andasse definitivamente in rovina. Resterebbero da restaurare, almeno alla meglio tutta la parete di fondo con l’altare, il pavimento in mattoni, il volto in pietra ed il cancello in legno misteriosamente scomparso.<br />
A questo capitello, <strong>situato ai confini delle parrocchie</strong>, ma rivolto verso Spiazzo giungevano in giorno diverso e per conto proprio le <strong>Rogazioni di San Marco</strong>: quella di <strong>Villa</strong> e l’altra di <strong>Spiazzo</strong>. Ci fu un tempo in cui per troppo zelo di parte fu posta in discussione la proprietà e, per rivendicare il diritto a tanto giunse da ambo le parti la santa gelosia che fiorì intorno ad esso una <strong>leggenda</strong>.<br />
Si disse che il capitello, piantato in territorio di Villa, era una volta rivolto verso la Cesola, quindi era giusto che esso fosse unica ed esclusiva pertinenza di San Martino di Villa. Ma i devoti di Spiazzo prontamente ribattevano che nottetempo, solo per intervento celeste, il capitello era stato girato verso il Santuario di Spiazzo; quindi era evidente l’intenzione da parte della Madonna che fosse prerogativa di costoro.<br />
La cosa non fu mai presa sul serio e le due popolazioni ripresero a coltivare pacificamente sempre insieme, con preghiere comuni e incontri, la <strong>devozione alla Madonnetta delle Grazie</strong>. L’unico episodio degno di nota avvenne quando Don G. Tregnago dovette una volta intervenire bruscamente, attraverso l’autorità comunale di Grancona e poi di San Germano, per riavere la chiave del capitello che un devoto di Spiazzo aveva erroneamente fatta sua. (vedi a carte sciolte in archivio parrocchiale di Villa relativa richiesta dello stesso).<br />
Il capitello è della <strong>Parrocchia di Villa del Ferro</strong>, ma l’uso, la venerazione e la cura sono del vicinato. Attualmente, in periodo favorevole, viene celebrata qualche <strong>Messa</strong>.</p>
<p><em>Testo a cura di: Rizzerio Franchetto e Carmela Bressan</em></p>
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Capitello della Madonna col Bambino, alle Cà Vecchie


È il più antico capitello-cappellina del paese e di tutta la Carbonarolla, di diritto della Parrocchia di Villa del Ferro. Si trova al lato sinistro della strada Cà Vecchie (Buso della Giaretta), in direzione Sarego-Lonigo.
È caratteristico per lo stile romanico che dal punto di vista architettonico lo fa sicuramente apparire uno dei più interessanti capitelli di tutta la zona. Poco profondo, più largo che alto, esso ha le mura spesse e l’arcata d’ingresso molto ampia, posta su due robuste colonne e appoggiata ad una cimasa centrale che dà vigore e pregio alla facciata: il tutto in pietra berica, bianca.
Questo sacello presenta una delle più significative testimonianze e di fede mariano-popolare di tutti i Berici. Soltanto che è poco conosciuto.
Al suo interno, continuando l’esame, entro nicchia quadrata fa bella mostra la Madonna col Bambino in braccio, di fattura popolareggiante, in basso rilievo, seduta sul trono e con la corona regale sul capo. Policroma. Tutt’intorno le fa onore una folta schiera di Angeli alati, dipinti a tempera. Dai resti in legno si rileva ancora che in passato doveva essere stata protetta da una vetrata. Sul davanzale appare poco evidente, in qualche punto incerta, quasi assente, la seguente iscrizione in pietra: Paolo Burinato fece nell’anno 600.
Sulla parete di fondo si scorgono tracce di semplici affreschi d’ornamento. Le altre pareti, interne ed esterne sono state tutte reintonacate per cui non vi appare traccia di decorazione. Esternamente a destra dell’ingresso sta il foro per l’introduzione delle offerte in metallo, allora qualche centesimo di lira. Anche il tetto è stato rifatto con tavelline, travetti e coppi allo scopo di salvare l’opera dal degrado. Nel retro un grosso tronco di ”spaccassassi” minaccia la stabilità e sarebbe un vero peccato se andasse definitivamente in rovina. Resterebbero da restaurare, almeno alla meglio tutta la parete di fondo con l’altare, il pavimento in mattoni, il volto in pietra ed il cancello in legno misteriosamente scomparso.
A questo capitello, situato ai confini delle parrocchie, ma rivolto verso Spiazzo giungevano in giorno diverso e per conto proprio le Rogazioni di San Marco: quella di Villa e l’altra di Spiazzo. Ci fu un tempo in cui per troppo zelo di parte fu posta in discussione la proprietà e, per rivendicare il diritto a tanto giunse da ambo le parti la santa gelosia che fiorì intorno ad esso una leggenda.
Si disse che il capitello, piantato in territorio di Villa, era una volta rivolto verso la Cesola, quindi era giusto che esso fosse unica ed esclusiva pertinenza di San Martino di Villa. Ma i devoti di Spiazzo prontamente ribattevano che nottetempo, solo per intervento celeste, il capitello era stato girato verso il Santuario di Spiazzo; quindi era evidente l’intenzione da parte della Madonna che fosse prerogativa di costoro.
La cosa non fu mai presa sul serio e le due popolazioni ripresero a coltivare pacificamente sempre insieme, con preghiere comuni e incontri, la devozione alla Madonnetta delle Grazie. L’unico episodio degno di nota avvenne quando Don G. Tregnago dovette una volta intervenire bruscamente, attraverso l’autorità comunale di Grancona e poi di San Germano, per riavere la chiave del capitello che un devoto di Spiazzo aveva erroneamente fatta sua. (vedi a carte sciolte in archivio parrocchiale di Villa relativa richiesta dello stesso).
Il capitello è della Parrocchia di Villa del Ferro, ma l’uso, la venerazione e la cura sono del vicinato. Attualmente, in periodo favorevole, viene celebrata qualche Messa.

Testo a cura di: Rizzerio Franchetto e Carmela Bressan

Capitello de Vignati (Grancona)

<p>Capitello mariano in località Vignati, situato nell’incrocio fra Via Pederiva e Via Corte.</p>

Capitello mariano in località Vignati, situato nell’incrocio fra Via Pederiva e Via Corte.

Capitello della Madonna del Rosario (Spiazzo)

<p>Capitello mariano situato in Via Gianesin.</p>

Capitello mariano situato in Via Gianesin.

Capitello di Santa Caterina (Grancona)

<h1>Storia del Capitello di Santa Caterina da Siena</h1>
<h6><em>Festa del patrono: 29 aprile</em></h6>
<p>Capitello votivo è l’espressione tipica della devozione popolare e costituisce una testimonianza storica ed artistica molto importante per le nostre contrade. Esso viene eretto all’incrocio o al lato di strade.<br />
Esso nasce solitamente dalla devozione dei privati ed è motivato per lo più dallo scioglimento di un voto, per l’ottenimento di una grazia o per ringraziare per una grazia ricevuta. Davanti ad esso si accende una candela, ci si sofferma per una preghiera o si radunano gli abitanti della via e della contrada per la recita del rosario nel mese di maggio. Il <strong>capitello di S. Caterina</strong> nasce nel <strong>1944</strong>, durante la guerra, per iniziativa delle donne della contrada Corrubbio, capitanate dalla signora Blandina Marzotto.<br />
Il loro voto per la pace e perché gli uomini ritornino dalla guerra esse intendono affidarlo a <strong>Santa Caterina da Siena</strong>, nominata nel 1939 <strong>patrona d’Italia</strong>, assieme a San Francesco D’Assisi, da Papa Pio XII. Nel 1943 la Santa diventerà anche Protettrice delle infermiere. Tutte le donne si attivano quindi a raccogliere fondi con la vendita di uova ed altre iniziative ed acquistano il blocco di pietra per la costruzione del capitello.<br />
L’incarico della scultura viene affidato a <strong>Bruno Peotta</strong>, figlio di Gelindo. Egli nel 1938 aveva lasciato l’azienda paterna di via Acque e si era trasferito a Montebello avviando colà l’attività in proprio. Nel 1944 però, Montebello, nodo ferroviario e stradale, è soggetto a continui bombardamenti da parte degli alleati. Bruno trova allora rifugio, come sfollato, presso i parenti Brunello a Grancona. Si dedica quindi alla scultura della Santa e degli altri elementi del capitello nella cucina della famiglia Brunello Antenore.<br />
A lavori ultimati, nel 1944, il capitello viene collocato sulla scarpata a lato della strada subito dopo l’incrocio che porta alle famiglie Brunello e Marzotto.<br />
Esso guarda la vallata e diventa nuovo elemento di culto e di preghiera per la contrada e per i viandanti.<br />
La sua permanenza in quel luogo dura però poco. A metà anni ’60 la strada comunale diventa la provinciale Zovencedo-Grancona-Meledo e viene allargata. L’allargamento si può fare, in quel punto, solo a monte e a farne le spese è proprio il capitello di Santa Caterina, che viene smontato e collocato nella contrà di sotto, nel portico della famiglia Salvadore.  Lì rimane per quasi 10 anni, finché gli uomini della contrada si accordano di collocarlo su un lembo di terra, di proprietà di Rinaldo Salvadore, che costeggia la stradina che porta in contrada Corrubbio.<br />
L’opera di ricomposizione e di ricollocazione a metà anni ‘75 viene affidata ad Ernesto Fridosio, coadiuvato da Rinaldo Salvadore e da Romildo Cervellin. Saggiamente viene previsto anche l’impianto di illuminazione e così, agli inizi degli anni 2000, grazie all’opera di Stefano Brunello ed Alessio Fridosio, avviene anche il collegamento al lampione comunale ed il capitello può godere di luce perpetua, comandata da fotocellula.<br />
È così che il monumento torna a vita ed il <strong>29 aprile</strong>, giorno di Santa Caterina da Siena, la contrada torna a ritrovarsi davanti al suo capitello per una preghiera e per la Santa Messa. Nei primi tempi il momento religioso si concludeva con una bicchierata, ma via via il ritrovo si è arricchito con i dolci preparati dalle donne della contrada, tra i quali primeggiano le “fritole alla smarasina” di Idelma.</p>
<p><em>testo a cura di: Lino Casalin</em></p>

Storia del Capitello di Santa Caterina da Siena

Festa del patrono: 29 aprile

Capitello votivo è l’espressione tipica della devozione popolare e costituisce una testimonianza storica ed artistica molto importante per le nostre contrade. Esso viene eretto all’incrocio o al lato di strade.
Esso nasce solitamente dalla devozione dei privati ed è motivato per lo più dallo scioglimento di un voto, per l’ottenimento di una grazia o per ringraziare per una grazia ricevuta. Davanti ad esso si accende una candela, ci si sofferma per una preghiera o si radunano gli abitanti della via e della contrada per la recita del rosario nel mese di maggio. Il capitello di S. Caterina nasce nel 1944, durante la guerra, per iniziativa delle donne della contrada Corrubbio, capitanate dalla signora Blandina Marzotto.
Il loro voto per la pace e perché gli uomini ritornino dalla guerra esse intendono affidarlo a Santa Caterina da Siena, nominata nel 1939 patrona d’Italia, assieme a San Francesco D’Assisi, da Papa Pio XII. Nel 1943 la Santa diventerà anche Protettrice delle infermiere. Tutte le donne si attivano quindi a raccogliere fondi con la vendita di uova ed altre iniziative ed acquistano il blocco di pietra per la costruzione del capitello.
L’incarico della scultura viene affidato a Bruno Peotta, figlio di Gelindo. Egli nel 1938 aveva lasciato l’azienda paterna di via Acque e si era trasferito a Montebello avviando colà l’attività in proprio. Nel 1944 però, Montebello, nodo ferroviario e stradale, è soggetto a continui bombardamenti da parte degli alleati. Bruno trova allora rifugio, come sfollato, presso i parenti Brunello a Grancona. Si dedica quindi alla scultura della Santa e degli altri elementi del capitello nella cucina della famiglia Brunello Antenore.
A lavori ultimati, nel 1944, il capitello viene collocato sulla scarpata a lato della strada subito dopo l’incrocio che porta alle famiglie Brunello e Marzotto.
Esso guarda la vallata e diventa nuovo elemento di culto e di preghiera per la contrada e per i viandanti.
La sua permanenza in quel luogo dura però poco. A metà anni ’60 la strada comunale diventa la provinciale Zovencedo-Grancona-Meledo e viene allargata. L’allargamento si può fare, in quel punto, solo a monte e a farne le spese è proprio il capitello di Santa Caterina, che viene smontato e collocato nella contrà di sotto, nel portico della famiglia Salvadore.  Lì rimane per quasi 10 anni, finché gli uomini della contrada si accordano di collocarlo su un lembo di terra, di proprietà di Rinaldo Salvadore, che costeggia la stradina che porta in contrada Corrubbio.
L’opera di ricomposizione e di ricollocazione a metà anni ‘75 viene affidata ad Ernesto Fridosio, coadiuvato da Rinaldo Salvadore e da Romildo Cervellin. Saggiamente viene previsto anche l’impianto di illuminazione e così, agli inizi degli anni 2000, grazie all’opera di Stefano Brunello ed Alessio Fridosio, avviene anche il collegamento al lampione comunale ed il capitello può godere di luce perpetua, comandata da fotocellula.
È così che il monumento torna a vita ed il 29 aprile, giorno di Santa Caterina da Siena, la contrada torna a ritrovarsi davanti al suo capitello per una preghiera e per la Santa Messa. Nei primi tempi il momento religioso si concludeva con una bicchierata, ma via via il ritrovo si è arricchito con i dolci preparati dalle donne della contrada, tra i quali primeggiano le “fritole alla smarasina” di Idelma.

testo a cura di: Lino Casalin

Capitello della Madonna Pellegrina (Grancona)

<p>Il capitello si trova in prossimità dell’ingresso della piazza di <strong>Grancona</strong>, lungo la strada che sale da Pederiva a Grancona.</p>

Il capitello si trova in prossimità dell’ingresso della piazza di Grancona, lungo la strada che sale da Pederiva a Grancona.

Capitello dell’Emigrante (Grancona)

<p>Nel 1997 <strong>Carlo Etenli</strong>, fondatore del <strong>Museo della Civiltà Contadina di Grancona, </strong>per ricordare quanti nel passato furono costretti ad emigrare, fece innalzare all’ingresso della corte, nel 1996, il “Capitello dell’Emigrante”, dedicato alla Madonna di Monte Berico.<br />
Il Capitello è ben visibile dalla strada che passa dinanzi al museo.</p>

Nel 1997 Carlo Etenli, fondatore del Museo della Civiltà Contadina di Grancona, per ricordare quanti nel passato furono costretti ad emigrare, fece innalzare all’ingresso della corte, nel 1996, il “Capitello dell’Emigrante”, dedicato alla Madonna di Monte Berico.
Il Capitello è ben visibile dalla strada che passa dinanzi al museo.

Capitello di Calto (Zovencedo)

<p>A Calto, sul <strong>confine delle parrocchie di Zovencedo, Pozzolo e Grancona</strong>, sorge un caratteristico capitello a pianta triangolare a tre nicchie con le statue di <strong>San Nicola di Bari</strong> verso Zovencedo, <strong>Santa Lucia</strong> verso Pozzolo e <strong>Sant’Agnese</strong> verso Grancona, eretto a metà dell’Ottocento da un certo Fiorindo con i soldi risparmiati dalla costruzione del ponte alle Acque.<br />
La statua di San Nicola è stata scolpita nel 1944 da un Peotta «scalpellino di Grancona» [Cronistorico Parrocchiale, 1944].</p>
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<h1>Storia del capitello di Calto</h1>
<h6><em>Testi a cura di FLavio dalla Libera</em></h6>
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<p>Il capitello di Calto, caratteristico per la sua pianta triangolare con gli angoli smussati, è un’<strong>edicola a tre nicchie rivolte in direzioni diverse</strong>, posto all’ingresso della <strong>contrada di Calto di Zovencedo</strong>, in posizione dominante, e segna il confine fra tre comuni. Ciascuna delle nicchie, contornate da cornici e con l’interno dipinto di celeste e adornato di stelle, ospita la statua di un santo: <strong>San Nicola di Bari</strong> (verso Zovencedo, protettore della parrocchia), <strong>Santa Lucia</strong> (verso Pozzolo, protettrice della parrocchia) e <strong>Sant’Agnese</strong> (verso Grancona, della cui parrocchia tuttavia è protettore San Pietro).<br />
L’edicola, terminante a pagoda con croce finale in ferro battuto, è circondata da un pavimento in pietra e da una serie di paracarri, sempre in pietra, collegati con una catena. In questo manufatto fin dalle origini è stata utilizzata esclusivamente la <strong>Pietra di Vicenza</strong> nelle sue principali tipologie: il giallo di Pederiva per la struttura, il bianco di San Gottardo per le statue e, di recente, il grigio dei Berici per la pavimentazione.<br />
Delle vecchie statue, un tempo protette nelle loro nicchie da cancelletti in ferro a due ante con il profilo superiore stondato verso il basso, non si conosce la datazione sicura.<br />
Testimoni assicurano di averle sempre viste, almeno dagli anni venti del Novecento. Nel “Libro Cronistorico” della parrocchia di Zovencedo, tuttavia, don Tamerlini annota: “Il giorno 19 dicembre 1944 ho consegnato a Peotta, scalpellino di Grancona, italiane lire mille per la statua del titolare San Nicola da Bari collocata a Calto nel capitello confine delle tre parrocchie: Zovencedo, Grancona Spiazzo e Pozzolo”. Un restauro o una nuova collocazione?<br />
Nel secondo dopoguerra anche qui come in molti altri luoghi cadde in abbandono la tradizione dei fioretti davanti al capitello, e con essa la cura dell’edicola, sempre più assediata dall’allargamento delle strade e dal traffico. Quello che non fece il tempo lo fece l’uomo. Negli anni Novanta, un’estate dopo l’altra, incuranti del vecchio adagio <em>“preti, dotóri e capitèi, cavève el capèlo e rispetèi”</em>, vennero asportate da mani sacrileghe prima la statua di Sant’Agnese, poi quella di Santa Lucia: rimase, rosa dalle burrasche del Nord, quella di San Nicola.<br />
Due nuove statue sono state ora ricollocate nelle nicchie rimaste vuote, e restaurata la terza. Sono opera dello scultore di Brendola G. Franco Tancredi, un artista che prima di scolpire studia il personaggio che vuol rappresentare, se ne fa un’idea, e poi lo realizza.<br />
Suoi sono, per restare nella zona, i santi Pietro e Paolo collocati sulla facciata del Duomo di Lonigo, e suoi a Grancona gli stessi santi sulla facciata della chiesa, la Madonna di Monte Berico al Museo della Civiltà Contadina, il Monumento agli Alpini a Pederiva e il ritratto di don Giovanni Grigoletto all’interno della parrocchiale.</p>
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<h3 class="el-title uk-card-title uk-heading-bullet uk-margin-top uk-margin-remove-bottom"> Sant’Agnese (Grancona)</h3>
<div class="el-content uk-panel uk-margin-top">
<p>Viene rappresentata come una giovinetta vestita di una lunga tunica accompagnata da una mantella, con in braccio un agnello, simbolo del candore e del sacrificio, e nella destra la palma del martirio. Agnese era ancora dodicenne, infatti, quando a Roma, scoppiata una persecuzione (quella del 249 oppure quella del 304), venne denunciata come cristiana da un suo pretendente respinto. Riuscito vano il tentativo di profanarla e di bruciarla nel fuoco, alla fine venne trafitta con un colpo di spada alla gola, nel modo con cui si uccidevano gli agnelli. È la patrona delle ragazze.</p>
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<h3 class="el-title uk-card-title uk-heading-bullet uk-margin-top uk-margin-remove-bottom"> Santa Lucia (Pozzolo)</h3>
<div class="el-content uk-panel uk-margin-top">
<p>Porta nella destra un piattino con due occhi (Lucia in latino significa luminosa, splendente) e nella sinistra la palma del martirio. Rimasta orfana di padre sin da bambina, convinse la madre a donare tutte le sue ricchezze ai poveri. Sarebbe morta martire a Siracusa dopo atroci torture ai tempi della persecuzione di Diocleziano (intorno all’anno 304), in seguito alla denuncia di un giovane innamorato. Nel 1039 il suo corpo fu portato a Costantinopoli e durante la quarta crociata, nel 1204, a Venezia, dove si venera tuttora. È la patrona dei ciechi e degli oculisti, e viene invocata contro le malattie degli occhi e le carestie.</p>
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<div class="uk-card-media-top"><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-3843" src="https://www.visitvalliona.org/wp-content/uploads/capitello-di-calto_004-cf2678ca-san-nicola-rev-451x600.jpg" alt="" width="451" height="600" srcset="https://www.visitvalliona.org/wp-content/uploads/capitello-di-calto_004-cf2678ca-san-nicola-rev-451x600.jpg 451w, https://www.visitvalliona.org/wp-content/uploads/capitello-di-calto_004-cf2678ca-san-nicola-rev.jpg 564w" sizes="(max-width: 451px) 100vw, 451px" /></div>
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<h3 class="el-title uk-card-title uk-heading-bullet uk-margin-top uk-margin-remove-bottom"> San Nicola (Zovencedo)</h3>
<div class="el-content uk-panel uk-margin-top">
<p>Conosciuto anche come San Nicolò, secondo l’uso veneto, è stato effigiato come un vescovo in atto benedicente, con la barba, la mitria in testa e un libro sormontato da tre palle nella sinistra. Nicola fu per quasi cinquant’anni vescovo di Mira, nella Turchia meridionale, dove morì nel 4° secolo dopo Cristo. Le sue ossa vennero trafugate dai baresi, al tempo delle invasioni turche, per garantirsi la protezione del santo sui mari e per sottrarle alle profanazioni, e dal 1087 conservate nella cattedrale di Bari. Tra le innumerevoli leggende sorte intorno alla sua figura è nota quella delle tre ragazze che non riuscivano a maritarsi perché prive di dote: il santo, di notte, lasciò sulla loro finestra tre borse di monete (le tre palle scolpite sopra il libro della statua). Il santo, che viene commemorato il 6 dicembre (a San Nicola di Bari, fa festa i canpanari), è patrono dei ragazzi, degli scolari, dei naviganti.</p>
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<p> </p>
<p>Il capitello è stato restaurato dai Gruppi Alpini di Grancona, Pozzolo di Villaga e Zovencedo-San Gottardo con il contributo dell’Amministrazione Provinciale di Vicenza e delle Amministrazioni Comunali di Grancona, Villaga e Zovencedo. Il ripristino delle opere in pietra, in particolare, è stato effettuato da Vincenzo Stenco, Renzo e Roberto Donatello, Silvano e Umberto Trotto, mentre le decorazioni pittoriche sono di Beniamino e Antonio Bellin. Indispensabili la disponibilità e la collaborazione di Dino Gobbo, proprietario del terreno su cui giace il manufatto.</p>
<p>Inaugurazione: 8 settembre 2006</p>
<p><em>© Flavio Dalla Libera</em></p>
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A Calto, sul confine delle parrocchie di Zovencedo, Pozzolo e Grancona, sorge un caratteristico capitello a pianta triangolare a tre nicchie con le statue di San Nicola di Bari verso Zovencedo, Santa Lucia verso Pozzolo e Sant’Agnese verso Grancona, eretto a metà dell’Ottocento da un certo Fiorindo con i soldi risparmiati dalla costruzione del ponte alle Acque.
La statua di San Nicola è stata scolpita nel 1944 da un Peotta «scalpellino di Grancona» [Cronistorico Parrocchiale, 1944].

Storia del capitello di Calto

Testi a cura di FLavio dalla Libera

Il capitello di Calto, caratteristico per la sua pianta triangolare con gli angoli smussati, è un’edicola a tre nicchie rivolte in direzioni diverse, posto all’ingresso della contrada di Calto di Zovencedo, in posizione dominante, e segna il confine fra tre comuni. Ciascuna delle nicchie, contornate da cornici e con l’interno dipinto di celeste e adornato di stelle, ospita la statua di un santo: San Nicola di Bari (verso Zovencedo, protettore della parrocchia), Santa Lucia (verso Pozzolo, protettrice della parrocchia) e Sant’Agnese (verso Grancona, della cui parrocchia tuttavia è protettore San Pietro).
L’edicola, terminante a pagoda con croce finale in ferro battuto, è circondata da un pavimento in pietra e da una serie di paracarri, sempre in pietra, collegati con una catena. In questo manufatto fin dalle origini è stata utilizzata esclusivamente la Pietra di Vicenza nelle sue principali tipologie: il giallo di Pederiva per la struttura, il bianco di San Gottardo per le statue e, di recente, il grigio dei Berici per la pavimentazione.
Delle vecchie statue, un tempo protette nelle loro nicchie da cancelletti in ferro a due ante con il profilo superiore stondato verso il basso, non si conosce la datazione sicura.
Testimoni assicurano di averle sempre viste, almeno dagli anni venti del Novecento. Nel “Libro Cronistorico” della parrocchia di Zovencedo, tuttavia, don Tamerlini annota: “Il giorno 19 dicembre 1944 ho consegnato a Peotta, scalpellino di Grancona, italiane lire mille per la statua del titolare San Nicola da Bari collocata a Calto nel capitello confine delle tre parrocchie: Zovencedo, Grancona Spiazzo e Pozzolo”. Un restauro o una nuova collocazione?
Nel secondo dopoguerra anche qui come in molti altri luoghi cadde in abbandono la tradizione dei fioretti davanti al capitello, e con essa la cura dell’edicola, sempre più assediata dall’allargamento delle strade e dal traffico. Quello che non fece il tempo lo fece l’uomo. Negli anni Novanta, un’estate dopo l’altra, incuranti del vecchio adagio “preti, dotóri e capitèi, cavève el capèlo e rispetèi”, vennero asportate da mani sacrileghe prima la statua di Sant’Agnese, poi quella di Santa Lucia: rimase, rosa dalle burrasche del Nord, quella di San Nicola.
Due nuove statue sono state ora ricollocate nelle nicchie rimaste vuote, e restaurata la terza. Sono opera dello scultore di Brendola G. Franco Tancredi, un artista che prima di scolpire studia il personaggio che vuol rappresentare, se ne fa un’idea, e poi lo realizza.
Suoi sono, per restare nella zona, i santi Pietro e Paolo collocati sulla facciata del Duomo di Lonigo, e suoi a Grancona gli stessi santi sulla facciata della chiesa, la Madonna di Monte Berico al Museo della Civiltà Contadina, il Monumento agli Alpini a Pederiva e il ritratto di don Giovanni Grigoletto all’interno della parrocchiale.

 Sant’Agnese (Grancona)

Viene rappresentata come una giovinetta vestita di una lunga tunica accompagnata da una mantella, con in braccio un agnello, simbolo del candore e del sacrificio, e nella destra la palma del martirio. Agnese era ancora dodicenne, infatti, quando a Roma, scoppiata una persecuzione (quella del 249 oppure quella del 304), venne denunciata come cristiana da un suo pretendente respinto. Riuscito vano il tentativo di profanarla e di bruciarla nel fuoco, alla fine venne trafitta con un colpo di spada alla gola, nel modo con cui si uccidevano gli agnelli. È la patrona delle ragazze.

 Santa Lucia (Pozzolo)

Porta nella destra un piattino con due occhi (Lucia in latino significa luminosa, splendente) e nella sinistra la palma del martirio. Rimasta orfana di padre sin da bambina, convinse la madre a donare tutte le sue ricchezze ai poveri. Sarebbe morta martire a Siracusa dopo atroci torture ai tempi della persecuzione di Diocleziano (intorno all’anno 304), in seguito alla denuncia di un giovane innamorato. Nel 1039 il suo corpo fu portato a Costantinopoli e durante la quarta crociata, nel 1204, a Venezia, dove si venera tuttora. È la patrona dei ciechi e degli oculisti, e viene invocata contro le malattie degli occhi e le carestie.

 San Nicola (Zovencedo)

Conosciuto anche come San Nicolò, secondo l’uso veneto, è stato effigiato come un vescovo in atto benedicente, con la barba, la mitria in testa e un libro sormontato da tre palle nella sinistra. Nicola fu per quasi cinquant’anni vescovo di Mira, nella Turchia meridionale, dove morì nel 4° secolo dopo Cristo. Le sue ossa vennero trafugate dai baresi, al tempo delle invasioni turche, per garantirsi la protezione del santo sui mari e per sottrarle alle profanazioni, e dal 1087 conservate nella cattedrale di Bari. Tra le innumerevoli leggende sorte intorno alla sua figura è nota quella delle tre ragazze che non riuscivano a maritarsi perché prive di dote: il santo, di notte, lasciò sulla loro finestra tre borse di monete (le tre palle scolpite sopra il libro della statua). Il santo, che viene commemorato il 6 dicembre (a San Nicola di Bari, fa festa i canpanari), è patrono dei ragazzi, degli scolari, dei naviganti.

 

Il capitello è stato restaurato dai Gruppi Alpini di Grancona, Pozzolo di Villaga e Zovencedo-San Gottardo con il contributo dell’Amministrazione Provinciale di Vicenza e delle Amministrazioni Comunali di Grancona, Villaga e Zovencedo. Il ripristino delle opere in pietra, in particolare, è stato effettuato da Vincenzo Stenco, Renzo e Roberto Donatello, Silvano e Umberto Trotto, mentre le decorazioni pittoriche sono di Beniamino e Antonio Bellin. Indispensabili la disponibilità e la collaborazione di Dino Gobbo, proprietario del terreno su cui giace il manufatto.

Inaugurazione: 8 settembre 2006

© Flavio Dalla Libera